Abito, 2015

Abito.                                                                                                                                                                                                                    Performance_ 26 Giugno 2015

Ripeto due semplici azioni, in un susseguirsi quasi ossessivo, mi svesto e mi rivesto.
Il ritmo è dato dal mio stato d’animo.
Questa performance è soggetta quindi a cambi di registro improvvisi e la sua intensità muta mano a mano che si svolge l’azione.   Questi gesti proiettano me stessa in un vortice di azioni quotidiane che uscendo dalla normale routine diventano azioni nervose, apparentemente perdono il loro vero senso facendo affiorare paure, ansie e frustrazioni che si accumulano e si sfogano nel susseguirsi della performance.
Ed è proprio questo che ho voluto esprimere attraverso questo lavoro, l’insofferenza, il fastidio, la ribellione e poi la quiete. Ho creato una sorta di cerchio in cui queste azioni, sempre le stesse, si susseguono in una rincorsa via via più disturbante e caotica, lentezza e fretta, resa e tenacia, frustrazione e ribellione, azione e inerzia, gioia e collera.

Un’azione banale e quotidiana si trasforma, diventa altro.
Parla di altro.
Assume spessore, pesantezza, un gesto semplice come il vestirsi diventa un gesto ossessivo, fondamentale, caratterizzante. Vestirsi diviene azione compulsiva e genera malessere sia fisico sia mentale, un malessere esistenziale che forse ognuno di noi prova o ha provato anche solo una volta nella vita.
Non sentirsi a proprio agio, spesso fuori posto, spettinati.
Ma nonostante questo siamo sempre noi e il vestito è sempre il medesimo e noi non riusciamo a trovare pace, non c’è spazio per un lieto fine, qualsiasi vestito in fondo non ci appartiene mai del tutto, e forse siamo noi stessi a non sopportare di appartenere ad esso.
Alla fine siamo sfiniti ma non arresi, nessun vincitore e nessun vinto.